Mauro Ambrosoli

The market for textile industry in eighteenth century Piedmont: quality control and economic policy

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In quest'articolo l'autore delinea il quadro istituzionale dell'industria tessile piemontese e studia gli effetti di un secolo di legislazione, che regolò tutto il settore. La base di questa legislazione, che fu raccolta in un volume di più di mille pagine, fu la regolamentazione della produzione della seta greggia filata, tra la quale primeggiava l'organzino. Finora il settore serico e quello laniero sono stati l'oggetto di studi separati. Secondo l'autore, la produzione tessile, seta, lana, canapa e lino, va considerata in maniera unitaria, poiché la forza lavoro passava da un settore all'altro, soprattutto nella pratica della filatura. Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III organizzarono tutta la produzione tessile secondo aree di competenza. Queste aree furono decise in base agli interessi dei mercanti banchieri torinesi che regolavano il flusso commerciale delle sete piemontesi con Lione. La politica economica dei sovrani aveva deciso di favorire la produzione di filati puri seguendo l'interesse dei mercanti che controllavano la produzione laniera. Ai tessitori delle valli biellesi, che avevano trovato nella lavorazione di tessuti ad imitazione di quelli inglesi e francesi un'ampia fonte di guadagno, fu vietato di commerciare con le provincie del Vecchio Piemonte. Per aggirare la scarsezza della produzione di materia prima i tessitori biellesi avviarono una produzione di filati e tessuti misti, che furono vietati anche se aveva incontrato il favore del pubblico. I principi mercantilistici della politica sabauda avevano favorito gli interessi dei gruppi mercantili di Torino alzando i costi di transazione per gli altri operatori. Lo sviluppo del settore primario avrebbe aumentato la riserva di materia prima, la lana, ma avrebbe messo in difficoltà il settore mercantile finanziario fondato sulla seta.

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